Lettera agli studenti del Master di Giornalismo 2019-2021

Ho sempre detestato gli addii, la “Cerimonia degli addii” come la chiama la filosofa Simone de Beauvoir, probabilmente perché troppi me ne sono toccati nella mia vita raminga.

Perciò, visto che Giorgio Casadio e Alberto Flores, i condirettori, mi stressano perché vi dica qualche parola a conclusione del biennio, ho pensato, di scrivervi una lettera, lettera ai nostri studenti di Giornalismo e Comunicazione Digitale 2019 2021.

 

Lettera ai nostri studenti di Giornalismo e Comunicazione Digitale 2019-2021

di Gianni Riotta

 
masterIl 25 Ottobre del 1415, giorno della festa di San Crispino, si combattè ad Agincourt in Francia una delle battaglie decisive della storia umana, tra gli inglesi di Enrico V e i francesi del re Carlo VI che, malato, non era sul campo. Era la Guerra dei 100 anni e la vittoria degli inglesi fu dovuta alla tecnologia, l’arco lungo permetteva loro di colpire da grande distanza i fieri cavalieri francesi, fino a 400 metri, record per quei tempi. Come oggi, la tecnologia costituiva la differenza tra vita e morte, vittoria e sconfitta. La ricchezza, l’orgoglio, la tradizione di un nobile cavaliere di Re Carlo finivano nel fango, umiliate da un arciere che era un artigiano, senza educazione formale, eppure capace di atterrare l’erede di Carlo Magno grazie a una app, come oggi un influencer o un instagrammer accede a distanza a un pubblico maggiore che non il tradizionale columnist parruccone da prima pagina.

La battaglia di Agincourt fa da sfondo alla tragedia di Shakespeare Henry Fifth, Enrico V, composta nel 1599 usando come fonte primaria Le Cronache di Raphael Holinshed. Come sempre Shakespeare aderisce alle fonti da bravo cronista, poi lascia che il genio della sua poesia si liberi. Anche nella tragedia Enrico V pronuncia un discorso ai soldati, alla vigilia della battaglia, come le fonti confermano fece ad Agincourt. Gli inglesi combattono lontano da casa, sono stanchi ed affamati e la potenza della cavalleria francese è dominante. Perfino il cugino del Re, il conte Westmoreland, auspica di avere più uomini, più forze, prima di dar battaglia.

Enrico dissente e pronuncia un discorso che è, da allora, uno dei più citati della storia umana

«Chi è mai che desidera questo? Essere più forti? Numerosi? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino. Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente; e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria. Anzi, fai pure proclamare a tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di battersi oggi, se ne vada a casa: gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio.
Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano;
Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: “Domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”. Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche – Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester – saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia. Ogni brav’uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi.
Noi felici, pochi.
Noi banda di fratelli We few we happy few we BAND OF BROTHERS: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!».

Spero non vi sorprenda questa citazione, certo assai migliore di quel che potevo condividere io, fatta alla fine del nostro lavoro. Vorrei rifletteste con me un attimo. Il Re propone ai suoi fantaccini, agli umili arcieri, ai contadini che piantano nel fango le picche per non permettere la carica alla cavalleria nemica, di diventare suoi fratelli, tre secoli prima di Liberté Égalité Fraternité, quando il monarca era divino e il popolo non aveva diritti.

Enrico parla di Band of Brothers, banda di fratelli, perché sa che il dolore, la morte affrontata insieme, l’insidia oscura e imprevista in guerra, e ovunque, affratellano gli uomini, indipendentemente da chi fossero prima.

Quando voi siete entrati qui, nell’autunno del 2019, io, Giorgio e Alberto pensavamo, scanzonati come i ragazzi come restiamo malgrado il tempo, di educarvi allegri alla professione, senza troppe pretese, senza troppe attese. Lo avremmo fatto, questa scuola aspira ad essere tra le migliori d’Europa, con entusiasmo e passione, amiamo il lavoro e siamo felice di condividerne le tecniche.

Né voi, né noi potevamo però prevedere che, giusto nei giorni in cui ci riunivamo in questa splendida redazione appena progettata dall’architetto Gemma, il virus Covid 19 da Wuhan in Cina lanciasse la sua pandemia, costata a oggi 4 milioni di morti, 183 milioni di casi, il crollo di intere società ed economie tradizioni. Di li a poco, ci siamo ritrovati nelle nostre case, lontani, isolati, Giorgio ed Alberto, con fede immensa, a preparare il vostro ritorno in classe che comincia in Aprile, unici in Italia.

Abbiamo allora conosciuto online le nostre case, i lampadari, i libri, la macchina da cucire della nonna, i familiari che passavano, le stoviglie, un gatto sul tavolo. Abbiamo appreso le paure reciproche, i dolori, i lutti di chi tra di noi si è ammalato, ha avuto familiari malati, ha visto scomparire persone care, abbiamo condiviso le gioie, le guarigioni, i test negativi, i giochi ingenui inventati per sopravvivere al lockdown. Ricorderò sempre il nostro talent show dell’anno scorso, lo yoga di Giulia e Federica donna fantasma, vedere ciascuno di voi provare a strappare un sorriso agli altri, che ci mandasse avanti un’ora, un giorno.

Il coraggio con il quale, richiamati, vi siete presentati in redazione, malgrado l’azzardo dei mezzi pubblici, le attese, i pericoli. La grinta con cui il personale di Luiss, dal Rettore Prencipe al Direttore Generale Lo Storto, alla nostra cara Presidente Livia De Giovanni, allo staff, Maria Giulia Porcelli e Federica Urzo, ai docenti tutti, il personale informatico che ci ha messo davanti allo schergmo ogni giorno, alle donne delle pulizie e i giardinieri, ha lavorato perché’ potessimo andare avanti. La risoluzione con cui le vostre famiglie, davanti alla crisi economica, hanno tenuto duro sugli studi e l’impegno dell’università, e di noi in questa aula, perché’ tanti potessero avere una mano ancora di sostegno finanziario.

Questo ci ha reso sorelle e fratelli, come i fanti di Re Enrico a Agincourt nel XV secolo. Non più direttori e redattori, professoresse e studenti, vecchi e giovani, professioniste e praticanti, no fratelli e sorelle, con storie e vite diverse, ma uguali davanti al pericolo, alla solitudine, allo smarrimento.

Ho cominciato a insegnare molti anni fa, Logica matematica pensate e parecchi laureandi erano più vecchi di me, poi ho continuato in America e in Italia e ho avuto tante classi e molti miei studenti o stagiste son diventati direttori, inviati, columnist. Ma nessuna classe, nessuno studente, nessuna studentessa nessun praticante, nessuna laureata resterà nel mio cuore, come nel cuore di Giorgio, Alberto e Livia come voi.

Fatemi dire solo due parole su Giorgio Casadio e Alberto Flores d’Arcais. Il ragionamento che vi vado facendo, e mi accingo non abbiate paura a chiudere in breve, si basa sulla fratellanza. Sulla genesi della fratellanza sotto la durezza della vita. Giorgio e Alberto sono miei fratelli, da sempre, Giorgio per avermi adottato come fratello minore quando io arrivai a Roma senza arte né parte e lui, di ritorno of course da vacanze in Grecia e camicia di lino, mi diede sostegno, e Alberto per la proprietà transitiva perché’ suo fratello Maurizio, credo il miglior giornalista culturale della nostra generazione, precocemente scomparso, era mio fratello, dunque anche lui lo è. Li ho chiamati in un momento di rinnovamento della scuola, nel 2018, e la loro visione, la loro generosità, il loro carisma sono stati decisivi per voi.

Non sono mancate -ve lo devo dire- discussioni e critiche al nostro interno, e ve le abbiamo sempre lasciate in evidenza, nel senso che per Alberto e Giorgio voi siete perfetti, cherubini scesi dal cielo a miracol mostrare con la passione della Fallaci e il sangue di Orwell, mentre per me siete ragazzini neghittosi da mettere al desco a faticare su Ai e omissis dati.

Con loro voglio ricordarvi la mia e nostra presidente Livia De Giovanni. Scienziata, docente, organizzatrice indefatigabile alle prese con uno sciamannato come me, che stende budget, detta syllabus, vara progetti di ricerca e nel tempo libero assicura a questa vostra università il massimo punteggio Anvur possibile.  Se non sapete perché sia importante per voi guglate. Per Livia Giorgio Alberto Giulia e Federica il nostro applausovale per due anni.

Dopo oggi vi attendono gli stage, la tesi e la laurea gli esami di stato, l’ingresso nel mondo del lavoro. Che non sia facile lo sapete, ma avete tutte le frecce al vostro arco e un chiaro piano di battaglia, come Enrico V ad Agincourt. So che ogni innovazione, anche guidare un drone, vi vedrà in prima fila, so che non amerete i refusi, so che sarete le maestre dello show do not tell, so che la vostra intensità lascerà di stucco amici e rivali. E so che quando la vostra professionalità sarà riconosciuta, in Italia e nel mondo, quando la vostra firma apparirà su importanti testate, giornali, tv, web, voi vi ricorderete dei giorni di San Crispino della pandemia, e sarete fieri di esser stati qui con noi, come noi lo saremo per i vostri successi

 

We few we happy few we band of brothers and sisters

God bless you kids.

 

Gianni Riotta,

Direttore del Master di Giornalismo e Data Lab Luiss